Ciao, Volfango Patarca

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Volfango Patarca, la base del Calcio portata ai massimi livelli

Volfango, l’ultimo saluto

Se ne va un attento e pignolo istruttore di Calcio

capace di spiegare come stare in campo a tanti giovani

Ciao. Come ci siamo detti tante volte, ma mai abbastanza, per testimoniarci umano apprezzamento di quanto fatto, sui nostri sentieri. Che si sono incrociati ogni volta che abbiamo parlato di questioni quotidiane come di quelle pallonare, del calcio di borgata e paese a quello fatto negli stadi più visibili. Sono rimasto inebetito per tutto il pomeriggio, di fronte al computer e al balcone di una redazione, pure in un giorno di festa, a pensare al tuo sorriso, alla tua plausibile e schietta sincerità. A quante volte, quasi in religioso silenzio, ti ho sentito parlare del calcio della base, quello su cui dovrebbe poggiarsi un palazzo solido, e che invece, dai tuoi (presunti) colleghi istruttori e tecnici, ma anche da ineffabili e scarsi dirigenti federati, più che federali, viene dimenticato, abusato in discorsi illetterati e privi di ogni minimo principio.

Ci sono rimasto male, Volfango, perché il tuo modo di sorridere, le tue taglienti analisi, il tuo senso della considerazione, sono fattori espressi con invidiabile naturalezza e spessore, oltre a quella profondità tecnica che ha portato degli illustri sconosciuti di periferia cittadina e regionale a diventare Campioni d’Italia e di livello internazionale. E il rispetto lo hai concesso anche a qualche improbabile padrone del vapore, ottuso e pieno di non so bene cosa, che non ha saputo comprendere la tua migliore dote di allenatore, la lungimiranza. Perché non ci e mi hai parlato soltanto delle vicende del campo ma di tutto quelle questioni che, intorno a una struttura sportiva, girano ancora adesso, sul piano dell’impostazione delle cose.

L’immenso amore dedicato al Calcio ti ha portato, già lontano dalla tua LAZIO, a scegliere talvolta piazze anonime, lontane dai grandi centri sul piano dell’attenzione, che hanno suscitato curiosità, punti di domanda; perché noi del Pallone lo abbiamo sempre saputo, in fondo, che per Te, Uomo e Mister, quando una sfera di cuoio rotola su un campo di erba o terra battuta, ha sempre la stessa valenza, per un bambino come per un calciatore più grande d’età. E dovevo/dovevamo spiegare, noi dei mezzi di informazione, che quel tizio dal nome curioso, artista senza un pianoforte ma con una tuta e con un fischietto, e con la forza della voce, avesse scelto la Sabina Reatina o la Casilina avanzata verso Sud, per ricominciare a crescere, nel cuore, come nella testa, prima che come trattare l’oggetto prezioso coi piedi e con le parti del corpo consentite dal Regolamento, tanti giovani ai quali consegnare il tuo spesso bagaglio.

Ci siamo confrontati e non eravamo lontani, perché a uno come Te, per ciò che hai saputo costruire e cementare, bisognava dare retta. Perché i capelli bianchi, magari, li hai avuti in pratica da sempre. Perché ogni volta che entravi in campo la gente smetteva di parlare, evitando la miriade di banalità. Tu hai messo la serietà di fianco ai risultati ottenuti. Oggi è facile, parlare di Alessandro Nesta o di Gigi Di Biagio come di Marco Di Vaio o Paolo Di Canio. Ma dalle Coppe o Supercoppe d’Europa, fino a ragazzi che sono diventati uomini nei tornei regionali o interregionali, come è avvenuto per Orlando Di Nitto, c’è stata la fila, saputa la notizia, per esprimerti un sentito GRAZIE, Volfango.

Lo faccio senza piangere, ma con un po’ di tristezza, in una giornata umida pur non freddissima, ma piovosa. Perché quei Ciao me li porto appresso, prima come persona, poi come innamorato dello Sport, del tuo, Sport, il Calcio. Di cui sei stato un signor rappresentante. Tenace e dignitoso, pieno di orgoglio e con l’onestà di chi i punti interrogativi li vive per affrontarli. Un abbraccio, a uno che ci ha capito tanto, sapendo leggere nei pensieri del prossimo, prima che valutarlo da atleta. A proposito…Ciao.

La storia calcistica di Volfango Patarca

Mister Wolfango Patarca aveva 72 anni, classe 1945, romano del Quarticciolo, medesimo quartiere della famiglia di Paolo Di Canio. Proprio il tecnico che è venuto meno questa notte, ha scoperto, da allenatore delle giovanili della Società Sportiva Lazio, Alessandro Nesta, l’assoluto Capitano, non soltanto per le vittorie, nella storia del club biancoceleste. Come del resto la sua nidiata d’oro ha portato alla ribalta Luigi “Gigi” Di Biagio, che oggi pratica la stessa carriera di quello che sarebbe divenuto, nel tempo, il responsabile di tutto il vivaio laziale. Capace di portare in dote alla Primavera e alla prima squadra Marco Di Vaio, oltre al suo noto condomino del quartiere di Via Casilina a Roma.

E’ stato anche un gran bel giocatore, grintoso, dotato tecnicamente, che probabilmente non ha ottenuto le stesse soddisfazioni, in mezzo al campo, che avrebbe saputo costruire dalla panchina per via del carattere, forte, così diretto. Nel periodo di sua permanenza a Formello, oltre a produrre diversi giocatori destinati alla ribalta italiana e a quella europea e nel caso di Nesta mondiale, la Lazio ha vinto due scudetti con la Primavera; uno nel 1995 e l’altro nel 2001. Nel primo riferimento era il terzo tricolore con tecnico Mimmo Caso, nel secondo era il quarto titolo italiano con Alberto Bollini sulla panca biancoceleste. La Società Sportiva Lazio ne avrebbe conquistato un quinto, nel 2013, sempre con l’attuale tecnico della Salernitana a guidare i giovani biancocelesti.

Figuriamoci avesse potuto proseguire con uno lontano anni luce dalla sua maniera di dire le cose come Claudio Lotito… Quando ha finito il lungo percorso con la Lazio, a cui ha dato credibilità, solida organizzazione, anche nella scelta dei tecnici più inesperti, pignolo come pochi, ha avuto il coraggio di dire di no a Bruno Conti, che lo avrebbe portato volentieri dall’altra parte del Tevere, più esattamente a Trigoria. Coerente fino in fondo, ha amato i colori biancocelesti e rispettato la passione di quei tanti giovani che ha guidato in campo nel tentativo di farli arrivare più lontano possibile.

 

Si ringrazia per la foto Antonio Gravante de “La Gazzetta Pontina”

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