Orlando? In campo come nella vita

La frase detta dalla figlia Donatella è la più chiara fotografia di un uomo che non aveva necessità, di cambiare, per fare bene. E farsi capire

914
914
Stefano D'Aversa e Massimo Premici

Orlando per sempre

“Era in campo come nella vita”: la frase di Donatella, sua figlia, è la più chiara fotografia di una persona che ci portano appresso, con grande considerazione

Orlando Di Nitto se ne è andato a quasi 68 primavere, che avrebbe compiuto a dicembre, 10 anni fa. E nel recente passato, con la profonda e squisita sensibilità della grande famiglia della Polisportiva Villalba Ocres Moca, erano state organizzate differenti iniziative alla presenza di Rosaria, la moglie, Donatella e Tiziana, le figlie, i parenti e gli amici di tanti anni di Calcio, gli eterni allievi, del Mister. Tutto con le magliette che riportavano l’immagine sorridente, del tecnico che fece le grandi fortune del settore giovanile e, direttamente, della prima squadra, dell’Associazione Sportiva ROMA; che pescò a piene mani, per costruire la squadra del secondo scudetto, dal serbatoio curato, sul piano della costruzione dell’educazione sportiva, prima che sotto il profilo tecnico e tattico, da Orlando Di Nitto.

Questa volta tre generazioni della famiglia Scrocca, da Renato e Signora fino a Fabrizio, il nipote, passando per Pietro e la gentile consorte, si sono impegnate per far riuscire tutto, nella splendida struttura tiburtina, alla presenza di giovanissimi ragazzi e ragazze, e di persone coi capelli bianchi. Uomini che da diversi anni sono rimasti nell’ambiente del Calcio, da istruttori, allenatori e osservatori, o anche da dirigenti e semplici appassionati. Tra questi, per esempio, Roberto Vichi, tornato a Casa Base (Trigoria), dopo due lustri al servizio di Madama Juventus, lui che ha giocato nella Roma e nel Catanzaro, assieme a Claudio Ranieri. O Alberto Faccini, tra i Campioni a disposizione di Orlando Di Nitto e poi di Nils Liedholm, nella stupenda cavalcata del secondo tricolore giallorosso, nel 1983. O ancora Stefano D’Aversa, le cui parole in diretta su Radio Cusano Campus e nel dialogo con la tribuna al microfono del centro sportivo tiburtino, sono entrate, con grande fierezza, nel cuore dei presenti, relative agli insegnamenti umani, prima che connessi alle strette vicende agonistiche. E altri loro compagni di avventura da Giovanissimi (avevano 14 anni) come Cini e Premici, che si sono alternati ai nostri microfoni e alle telecamere.

E’ stato un grande bagno di umanità, di riconoscenza, in un periodo sociale e storico che necessita, la memoria. Di un uomo che ha saputo, senza gridare, seminare. Dalla sensibilità nel comprendere il disagio di ragazzi cresciuti a pane e pallone, che non avevano altro o poco, alla severità utile al rispetto delle regole; dal suggerimento per diventare e restare costanti, tenaci e affamati di soddisfazioni, nello studio come nello sport, all’orgoglio di vivere secondo l’educazione e il rispetto.

Sì, sono passati 10 anni. E’ vero. Fa male, dentro, e in fondo al cuore, che non ci sia più, un uomo che con uno sguardo, un paio di secondi in più a riflettere e a dosare l’analisi, con una ruvida sincerità, ha saputo conquistare la nostra attenzione. Senza fare nulla di artificioso. Semplicemente essendo un Uomo. Sé stesso. Orlando, per sempre. Oltre il tempo, trascorso, per cui siamo stati fortunati, a conoscerlo, uno così.

Nella foto in primo piano Stefano D’Aversa di e da Ostia, e Massimo Premici: hanno fatto parte di quello strepitoso settore giovanile dell’A.S. Roma negli anni ’70. Che mandò in prima squadra atleti capaci di diventare Campioni d’Italia, come Alberto Faccini, Agostino Di Bartolomei e Bruno Conti.

 

In this article

Lascia un commento