ANTONIO DI BISCEGLIA, uno in gamba, capace di superare il tempo

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ANTONIO DI BISCEGLIA, non uno qualsiasi. Uomo capace di superare il tempo

 

Il Calcio giovanile romano, laziale e italiano perdono una persona riservata, discreta, lungimirante,

capace di vedere lontano. Al punto da portare Tor Tre Teste e la Nuova Tor Tre Teste dappertutto

Con tenacia e valorizzazione dei singoli e di un grande insieme

 

Ieri non se n’è andato un uomo e un dirigente, un presidente, una parte del Calcio di base qualsiasi, e dello Sport nel senso più capace e organizzato del termine.

Ha salutato tutti Antonio Di Bisceglia, uno che ha creduto nella valorizzazione dell’insieme. Fosse del gruppo di collaboratori utili a far crescere l’impianto sportivo, traguardo ottenuto con ammirevole caparbietà, o dirigenti capaci di affiancare le sue idee. E quelle di chi in lui ha saputo credere.

Ricordo bene la sua sensibilità e il responsabile modo di preparare suo figlio Alessio una volta che non ha più vestito i panni di calciatore. E’ stato un processo lento, da perseguire in maniera determinata, perché fosse lui, a portare avanti tutto. Uno che il campo lo aveva vissuto dal di dentro. Che aveva visto, cosa significassero i rapporti tra giocatore e società, atleta e tecnico e staff dirigenziale.

Ad Antonio non ho mai chiesto i trascorsi in gioventù. Mi sono bastati l’umanità, il suo accogliere chiunque al campo ragionando di logica, su un settore, il Calcio, tutt’altro che rappresentato da cose aritmetiche, quando non tutti hanno fatto la gavetta dei suoi colleghi presidenti e in parte vicini di casa.

Penso a Paolo Fiorentini, penso a Massimo Testa. Penso, tra i direttori sportivi, a Giampiero Guarracino, che a Tor  Tre Teste non è mai passato da dirigente, ma con il quale c’è stato un profondo e riservato legame di immensa stima e altrettanto rispetto.

Credo al fatto che abbia imparato anche da loro, e ognuno che ami lo sport giovanile e di periferia, deve evidenziare la pazienza e la tenacia, personale e da manager, che ha saputo dimostrare, nell’inseguire, raggiungere, poi superare, con vittorie di rilievo, gli stessi personaggi e società in sede laziale e quindi nazionale, appartenenti alle società “tradizionali”. Fino a portare la Nuova Tor Tre Teste a essere esempio di quadratura, a smussarne le diverse acerbità individuali, di campo come di club. Tanto da far diventare uno dei poli più importanti la sua creatura, dopo aver perso, anche in maniera scottante, qualche penultimo passo o le finali a cui i suoi ragazzi erano arrivati. Tra gli applausi di una città, Roma, e di una regione, il Lazio, tutt’altro che semplici, da frequentare, a certi livelli.

Sono e siamo cresciuti con un Antonio Di Bisceglia combattivo, quando le cose non stavano bene. E nonostante l’informazione, nel Lazio, sia, per (troppo) tempo rimasta al Medio Evo, trovavo e trovavamo Antonio sempre al chiodo. A dividersi tra ufficio e campo, campo e ufficio. Talvolta mescolandoli insieme. Sapendo bene che, quando andavo a parlare con lui, avessi di fronte uno misurato e netto, diretto e sincero, pratico perché non gli è mai piaciuto, aggiungere una frase in più, tanto per riempire un discorso già evidente di suo.

Antonio si è saputo porre bene nel mondo del calcio dilettante, dove ha fatto bene, ha dato dignità e valore sia ai giocatori per le vicende interne al campo, che al movimento calcistico dal punto di vista regionale e italiano. E benissimo, nei rapporti con le società professionistiche senza il bisogno di andarli a sbandierare. Esattamente come chi, cercando notizie, si recava al campo, i club dei piani di sopra dovevano in Via Candiani, al fine di ottenere la sua attenzione e considerazione, i suoi giocatori e perché no?, quei tecnici che hanno saputo far bene anche lontano, da Tor Tre Teste. Penso a Paolo Cioeta, persona di assoluta fiducia e preparazione, penso a Federico Coppitelli, che ha vinto con la A.S. Roma dopo aver conquistato Lazio e Italia, con la Nuova Tor Tre Teste, in due categorie distinte e separate (Giovanissimi e Allievi).

Mi viene in mente come abbia saputo dare tangibili segni di valore ai ragazzi messi a lavorare d’estate in un impianto che è diventato un punto di riferimento ben esternamente, alle cose del rettangolo di gioco.

E al clima di compattezza che ha messo in quel sano recinto, che si sarebbe ampliato fino a far parlare di quanto bene siano riusciti Rugby, Atletica Leggera, Calcio a Cinque.

A dimostrare che il dirigente vedesse ben oltre, il medio termine. Come ha saputo fare con Alessio, il cui incoraggiamento è sempre avvenuto con raffinata sensibilità e pudore. Per dimostrare che quel giovanotto, rispettoso e con la testa sulle spalle, fosse all’altezza di scegliere collaboratori e compagni di viaggio con egual intuito paterno.

Il fattore dei sentimenti di Antonio Di Bisceglia è stato dimostrato in più riprese. Come nei momenti più complicati, quando un suo giocatore, di età juniores dopo la festa dello scudetto, ebbe un incidente di macchina con la fidanzata, con ferite multiple ed un lungo recupero per entrambi. Lì è uscita tutta la dolcezza paterna, tutta la bontà e la preoccupazione verso ragazzi impauriti e messi a dura prova. E in frangenti drammatici come la scomparsa del giovane Roberto Ielasi. O ancora quando il dolore ha toccato altri. Fossero avversari dai quali si era distanziato per motivi connessi al campo. O per una dialettica che aveva trovato pareri opposti o screzi a mo’ di battute.

Antonio, come altre persone di grande conoscenza della testa dei giocatori e degli allenatori, ha mostrato la sua vulnerabilità, squisita, profonda, umana, in situazioni complicate, difficili, da mandar giù, anche con il trascorrere degli anni. Ma altresì in quelle finalissime nelle quali si chiudeva da una parte, come nella piccola baita a bordo campo a Sinalunga (Siena), mentre i suoi Giovanissimi andavano a vincere un titolo italiano con Coppitelli in panchina, e quella squadra era in buone, buonissime mani, di un altro ragazzo che ha rinunciato prestissimo, al sogno di essere calciatore; e il suo presidente era lì, da una parte, senza nessuno, vicino. Perché per quanta gente un uomo possa frequentare, anche tutti i giorni che Nostro Signore ha organizzato e ipotizzato per ognuno, in certi attimi occorre sapersi isolare. Mettersi da parte, riflettere sulle proprie paure, per poterle attraversare. E saper superare.

Ma se c’è una cosa che nessuno, può cancellare, tra i parecchi meriti, messi in piedi con discrezione e bravura, da Antonio Di Bisceglia, è il non averci fatto sentire soli, all’ingresso, come all’uscita, dal campo, dalla segreteria, dalla struttura. Un complesso del quale si parlerà ancora, tra tanti, tantissimi anni. Ha vinto, nella sua idea di insieme.

Te lo scrivo da eterno ragazzino che restava di stucco, a vedere un impianto cresciuto dalla terra battuta alla grande tribuna della Nuova Tor Tre Teste. Da arbitro, puntuale e rispettoso, che sono stato. Te lo devo, da commentatore, critico, e, di rado, duro. Ma che non ha mai faticato, a riconoscere la tua efficacia, la tua lungimiranza raccontata dalla città dello sport che hai saputo costruire e solidificare. Peraltro in una zona non facile, che oggi ti applaude, come al triplice fischio di una lunga, intensa, partita.

Semmai, Presidé, da ieri siamo, individualmente, un po’ più soli. Perdonami, perdonaci, questo attimo di debolezza.

Umano. Come Te.

 

(Si ringraziano Roberto Brisciana e Franco Cioci per le foto tratte dai rispettivi profili Facebook)

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